Scrittura creativa

“Due piume”

Per un certo numero di anni, qui a Milano, ho abitato in piazza Castello, all’estremità dei numeri pari. Di notte lasciavo la mia auto, allora una giardinetta Fiat, posteggiata lungo il marciapiede. E spesso mi dimenticavo di chiuderla a chiave. Una mattina, aperta la portiera, ho fatto per sedermi, quando ho notato che sul sedile a destra c’era un pacchetto…

D. Buzzati, Sessanta racconti, Mondadori, Milano 1958

 

… Subito l’avevo presa come la conferma, che la sera prima non l’avessi, nuovamente, chiusa a chiave. Ero di fretta. 

Le opzioni essenzialmente erano due: lo aprivo, aspettavo la pausa pranzo, per non fare tardi per la seconda volta in quella settimana. “Al diavolo!” pensai, lasciando cadere il pacchetto, che nel frattempo avevo preso in mano. Le strade trafficate mi davano tempo di pensare, e a risvegliarmi dalle mie fantasie c’erano soltanto i clacson degli automobilisti frettolosi, da cui Milano era invasa. 

Magari è qualcosa di importante. Questo risuonava nella mia mente, eppure continuavo a non aprire quel dannato pacchetto; ero orgoglioso per fino nei confronti di me stesso: per non dare ascolto alla parte più ragionevole di me facevo finta di nulla. Irrecuperabile! 

Arrivato in ufficio, percorsi di fretta il corridoio, salutando pensieroso. 

“Davvero non lo hai aperto? Se ci fosse dentro qualcosa di pericoloso? Non so, come lettere di un vandalo” mi stava rimproverando Adele, la mia dipendente più cara; lavorava da me, da che ne avessi ricordo, era stata la prima e aveva visto andare e venire una moltitudine di persone. “Da quando i vandali lasciano lettere?!”  Le rispose da dietro il mio giornale; mi faceva strano sentire delle parole così ingenue, e assurde, uscire dalla sua bocca. “Non lo so, ma per me dovresti aprirlo”. Portò avanti la sua tesi, imperterrita e sicura: era per questo che era la mia preferita, nonostante non glielo avessi mai detto. 

Parco Sempione, ero solito passare la pausa pranzo lì, per godermi l’aria fresca e osservare la vita dalla parte degli spettatori, senza intervenire. 

Seduto sulla mia solita panchina, avevo intrapreso l’impresa di aprire il pacchetto, sigillato alla perfezione. Dei biscotti, oh… i miei preferiti! E una lettera, citante testuali parole: “Hey, ti ho lasciato i tuoi biscotti preferiti, sapevo di trovare la tua Fiat aperta! Spero ti piacciano!” Firmato da una certa “Piuma”. Non si era minimamente preoccupata di aver firmato con un soprannome, e di essere apparsa all’improvviso, senza darmi indizi. 

Due migliori amici: lei abbracciata a lui, e il ragazzo sorridente che la stringeva come se dovesse proteggerla dai mille mali che il mondo affliggeva. Ecco cosa voleva dire essere spettatore, era una vista totalmente esclusiva della vita. 

Il mittente doveva essere per forza qualcuno che apparteneva alla mia gioventù: quei biscotti.

I giorni passavano lineari: macchina aperta, fantasie di Adele, giornali spiegazzati sulla mia scrivania. Tutto monotono, fino all’arrivo del secondo pacchetto, sempre sul sedile del passeggero.

“Ancora la macchina aperta?! Hai sempre avuto questo vizio! Questa volta il regalo è un pochino più pregiato”. Lessi il biglietto seduto sulla poltrona di casa mia, circondato da libri di filosofi, che a dir la verità, non avevo mai compreso fino in fondo. Il regalo, questa volta, era una penna stilografica; attaccato ad essa trovai un bigliettino: “Per la stesura dei tuoi pensieri, pazzi e malinconici”. 

Gli occhi verdi che mi scrutavano, le sue dita tamburellanti sul tavolo: “Dai finiscila di fare il poeta, con la tua piuma e andiamo a fare un giro”. Sbuffai. Quanto odiavo essere interrotto! “Non è una piuma, è una PENNA – scandii bene la parola – una PENNA D’OCA, mi piace come scrive”. I suoi occhi rotearono dalla noia: “Sì, sì, quel che è, ora usciamo”. Mi afferrò il polso tirandomi fuori dalla vecchia capanna, situata nel giardino della mia cascina. “Mi sembri Leopardi, sei estremamente triste”. Sorrisi, nascondendo il mio imbarazzo, e la mia piccola arrabbiatura per quella affermazione, nonostante Leopardi non mi dispiacesse. 

Tutto tornava: l’adolescenza, la piuma, i pensieri. Era lei. Ne ero sicuro. Eppure qualcosa mi fermava: non ci vedevamo da anni, da quando mi sono preso quella colpa non mia, soltanto per… “proteggerla…” come quei ragazzini al parco, magari erano “i noi” della nuova generazione… plausibile no?! 

Presi una nostra foto: stavamo mangiando quei biscotti, quelli che mi ha regalato.  

Avevo ritrovato la mia migliore amica. Non ero più solo. 

Chiara Canevari 3^B

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